Flat tax, ovvero: la destra che né può né vuole governare

Ricomincia a girare la “proposta” (si fa per dire) dell’aliquota unica. Ha iniziato Salvini facendone, assieme al ritorno alla lira, l’altra colonna sulla quale edificare la nuova Lega Nazional-Socialista. BS, non potendo essere da meno, ha detto che la vuole anche lui e con un’aliquota ancor minore … o forse è l’opposto? Non fa gran differenza e nei sommari a volte si scherza … Il fatto è ch’è tutto un fremere di rilanci e promesse improbabili a conferma che la cultura politico-economica che permea i partiti della destra italiana attuale li rende incapaci di governare il paese. E questo è il male grave di cui val la pena occuparsi.

Matteo Salvini, a cui indubbiamente non manca fiuto per attrarre voti, dopo aver cavalcato la tigre antieuropea integra la sua proposta politica lanciando l’idea della flat tax. Affascinante e suadente riforma per un Paese allo stremo a causa (anche) della feroce pressione fiscale. A lui si accoda il vecchio leader del centrodestra che, da vent’anni, raccoglie consenso con promesse, mai realizzate, di riduzione delle imposte. Il segretario della LN ipotizza un’imposta unica sui redditi al 15%, Berlusconi al 20%. Per i (pochi) dettagli disponibili dell’una e dell’altra “riforma” rinviamo a questo articolo di Daveri e Daniellicon relativi allegati.

Poiché i conti son già stati ragionevolmente fatti, e son abbastanza semplici, meglio occuparsi del disegno generale della proposta, degli effetti (altri da quelli puramente meccanici relativi al gettito) che potrebbe avere e, finalmente, delle sue implicazioni politiche. Però stabiliamo un punto fisso: sia con la proposta BS che con quella LN il gettito dell’IRPEF (e dell’IRAP, nel caso LN) calerebbe drammaticamente e questo, di per sé, non è un male ma un bene. È plateale che condizione necessaria, seppur non sufficiente, per invertire il declino sia una riduzione drastica della pressione fiscale e una radicale semplificazione delle modalità attraverso cui i tributi vengono raccolti. Questa non è una novità, tutt’altro: proposte di questo tipo sono state avanzate anche da noi, fra i molti altri, negli ultimi anni. Allora, perché siamo così critici? Perché il valore di una proposta politica dipende dalla sua coerenza interna, dalla sua fattibilità e dalla credibilità di chi la propone. Nel caso in questione il fallimento è praticamente totale lungo tutti e tre i criteri.

La credibilità, anzitutto. Sin dal primo governo BS del 1994, la parte politica chiamata “centrodestra” (che includeva e include la LN) ha promesso fantasmagoriche riforme fiscali che avrebbero semplificato il sistema e ridotto le aliquote a una o due al massimo. L’uomo che per un decennio e mezzo ha incarnato la linea economica del centrodestra, Giulio Tremonti, lanciò persino un libro bianco sulle tasse in cui prometteva 2 aliquote: 23 e 33%. Non se ne fece nulla e, al tempo, il signore era Ministro del Tesoro e godeva di una maggioranza parlamentare solida e schiacchiante. La LN, a sua volta, fonda la propria esistenza su una promessa pluriventennale di riduzione delle tasse che gravano sugli abitanti delle regioni del centro-nord. Nonostante abbia governato sia a livello nazionale che a Torino, Milano e Venezia (dove tutt’ora controlla la lion-share del potere locale) l’unica cosa che ha saputo realizzare è un aumento delle imposte pagate dai cittadini sia del centro-nord che del centro-sud. Anzi, vi sono abbondanti motivi per argomentare che la LN è uno dei maggiori responsabili della trasformazione delle regioni in voraci centri di spesa e relativa tassazione. In altre parole: la “proposta di riforma” arriva da soggetti che, sul tema, hanno raccontato bugie invereconde per più di vent’anni ed hanno, quindi, credibilità zero. Ma questo era un punto scontato, abbiamo solo colto l’occasione per ricordarlo. Ah, visto che ci siamo, vale la pena ricordare che Alvin Rabushka, a cui la LN ha evidentemente regalato un viaggio premio nel bel paese, non è “professore ordinario a Stanford” come recita falsamente il sito della Lega Nord ma semplicemente un fellow (emeritus) della Hoover Institution, ossia un signore che ha passato la vita a lavorare per il partito repubblicano degli Stati Uniti e a far polemica politica per la parte che lo pagava. Legittimissimo, ma nulla a che vedere con la ricerca vera su temi fiscali. Credibilità, appunto …

Veniamo alla fattibilità, che nel caso di una riforma fiscale si traduce nel poter finanziare quel che si intende spendere. Qui il problema è banalissimo: quali spese si dovrebbero tagliare per compensare il sostanziale minor gettito? Non lo dice nessuno, Salvini e BS men che meno: ha promesso più tagli alla spesa pubblica Matteo Renzi che i due messi assieme, il che è tutto dire. Peccato che non si tratti di bruscolini: come i calcoli di Daveri e Danielli suggeriscono viaggiamo fra i 50 ed i 100 miliardi di euro all’anno. Non che a noi dispiaccia l’idea di tagliare la spesa pubblica italiana di, diciamo, una settantina di miliardi annui. Anzi: ai tempi di Fare per Fermare il Declino si era pure dettagliato come farlo. Peccato che né la LN né FI si siano scomodati di dirci quali tagli intendano introdurre per rendere fattibile l’adozione dell’aliquota unica in una delle due versioni proposte.E qui casca l’asino perché senza tagli alla spesa come si fa a tagliare le tasse? Ci torniamo alla fine.

L’altra soluzione di fattibilità, come sosteneva una volta il nuovo consulente di Salvini, è che un qualche miracolo risolva il tutto aumentando il gettito grazie all’enorme crescita del PIL che la riduzione d’imposte comporterebbe. Ora, cerchiamo di capirci: tagliare tasse e spesa in modo adeguato genera crescita economica, su questo non ci piove. Ma questo NON implica che la crescita del PIL indotta da tali riforme sia tale da aumentare, nello spazio di qualche anno, il gettito fiscale. Men che meno a fronte di un taglio di tasse non accompagnato da un taglio della spesa. Non vi è alcuna ragione per sostenere che l’elasticità del PIL sia tale da generare maggiori entrate con una tassazione media, per dire, del 30% che con una del 40%. Questo non è vero in generale e nei rarissimi casi in cui è accaduto era dovuto a situazioni estreme ed assolutamente contingenti. Sia chiaro: nessuno è in grado di escludere che, teoricamente, possa accadere; semplicemente l’esperienza storica e l’analisi statistica suggeriscono sia altamente improbabile e non vi è ragione alcuna d’aspettarsi che il nostro paese possa fare eccezione (i lettori ricorderanno che l’argomento va sotto il nome di “curva di Laffer”, la quale appunto è una possibilità teoricamente ineccepibile ma empiricamente poco probabile ai pur elevati livelli di tassazione italiana). Per quanto riguarda l’Italia, poi, vi sono ulteriori ragioni per credere che una riduzione del gettito fiscale, in assenza di una parallela riduzione e riforma della spesa pubblica, potrebbe condurre al disastro. Ma su questo punto ritorneremo dopo aver completato un breve esame dell’analisi economica (si fa per dire) che sottostà alla proposta leghista. Quella forzitaliota al momento sembra consistere solo in dichiarazioni generiche, ma anche questo non sorprende …

Qui trovate le slides che Rabushka dovrebbe aver utilizzato per la sua presentazione al convegno di “lancio” della proposta LN: dateci un’occhiata, parlano da sole. In particolare, il lettore potrà apprezzare già dalla slide numero 4 quanto aggiornati e attentamente ricercati siano i dati che il consulente della LN utilizza: ha fatto uno studio veramente accurato! Notate anche che l’elenco dei paesi nei quali vigerebbe la flat tax è alquanto improbabile, ma lasciamo ai lettori il piacere di trovare i trucchi visto che il capitolo “credibilità” l’abbiamo chiuso. Il punto è che nemmeno Rabushka si sogna più di riproporre improbabili “curve di Laffer”, ragione per cui tagliare radicalmente la spesa è conditio sine qua non di QUALSIASI riduzione della pressione fiscale, aliquota unica o aliquota multipla che poi si voglia adottare. E David Cameron (che invece di sparar cazzate prova a governare per davvero) ne sa bene qualcosa.

Quali sono le ragioni specifiche all’Italia che rendono, ancor più che altrove, assolutamente prioritario tagliar le spese se si vogliono tagliare le tasse? Eccole rapidamente dette.

(1) Abbiamo un debito pubblico più alto della media e crescente; a causa del peso degli interessi saremmo in deficit strutturale anche se dovessimo riprendere a crescere. Un taglio radicale delle imposte che generasse altri 5 punti circa di deficit per qualche anno renderebbe estremamente difficile la gestione del nostro debito. Dovremmo finanziare debito addizionale per 8-9 punti % di PIL all’anno per qualche anno almeno e questo porterebbe a serie conseguenze. Concretamente, o ben a conflitti e tensioni con la BCE (ricattata a monetizzare il nostro debito per impedire che i tassi schizzino) o a un’uscita dall’euro con conseguenti svalutazione, esplosione tassi d’interesse e caos finanziario. La ricetta perfetta per un’ulteriore riduzione del PIL, non una crescita: qualcuno dia un’occhiata a cosa sta succedendo in Russia in seguito alla svalutazione del rublo.

(2) Abbiamo l’apparato dello stato più follemente inefficiente d’Europa e, quasi certamente, di tutti i paesi con un reddito per-capita superiore ai $30mila circa. Ed è questo stato folle che sta causando il declino. L’unica speranza per riformarlo è tagliarne radicalmente le dimensioni forzando l’enorme grasso parassitario che lo alimenta a uscire assieme agli euro risparmiati. In un certo senso, tagliare tasse e spesa serve anzitutto a questo: liberare la società e l’economia italiana dalla mortale stretta dell’apparato pubblico e dal potere della politica. Mantenere inalterata la spesa significa creare, oltre al debito addizionale discusso sopra, ulteriore parassitismo, strangolamento, inefficienza e, soprattutto, corruzione burocratico-politica.

Veniamo infine alla coerenza interna del progetto, che è debole assai. La parte “cosa tagliamo” l’abbiamo già discussa: la vecchia fantasia di “starve the beast” non ha mai funzionato, è stata solo una scusa che Reagan, preoccupato dalle elezioni, s’inventò. L’unico effetto è stato maggior debito, maggiori tasse, maggiore instabilità finanziaria. In secondo luogo, per evitare di ridurre troppo il gettito un’aliquota unica, specialmente se molto bassa, dovrebbe per forza di cose accompagnarsi a una eliminazione di tutte le deduzioni, esenzioni, detrazioni e così via. Soprattutto deve far sparire o quasi la no-tax area, ossia deve tassare anche persone con un reddito particolarmente basso. L’articolo di Daveri e Danielli ha già fatto i relativi conti e questo ha pessime implicazioni sia per la progressività del sistema fiscale che per l’offerta di lavoro.

La questione progressività è già stata discussa da D&D, quindi la tralasciamo. Ma l’impatto sull’offerta di lavoro non è irrilevante e si collega strettamente con l’effetto dell’aliquota unica sul sommerso. Ecco il ragionamento, in soldoni. Piaccia o meno gran parte dell’evasione fiscale in Italia è concentrato in redditi medio bassi: l’evasione dei redditi medio-alti è offensiva e, se volete, socialmente forse più dannosa. Ma il grosso di soldi “persi” sta nei mille lavori del sommerso: per ogni “padroncino” che evade 500K ci sono 50 lavoratori sommersi che evadono 30K all’uno. Un’aliquota unica che aumenti la pressione fiscale sui redditi bassi creerebbe, da un lato, maggiore incentivo a sommergersi per quei lavoratori a basso reddito che possono farlo e, dall’altro, ridurrebbe l’offerta del medesimo tipo di lavoro sul mercato ufficiale. Si noti che una buona parte di questi lavoratori a bassa produttività/reddito sono donne e che l’offerta di lavoro femminile, in Italia, è ai minimi europei. Tassare ulteriorimente i redditi medio-bassi aggraverebbe quell’evasione e ridurrebbe quella già scarsa offerta di lavoro.

Morale: le proposte di aliquota unica avanzate da FI e LN sono sia incoerenti che impraticabili. Se attuate sarebbero molto probabilmente dannose sia a livello macro che per i comparti più deboli della forza lavoro. Vengono inoltre avanzate da forze politiche prive di ogni credibilità proprio su questo terreno, terreno sul quale vanno allegramente mentendo da più di due decenni. Eppure, come abbiamo detto all’inizio, ridurre fortemente la tassazione del reddito da lavoro ed impresa è essenziale come altrettanto essenziale è semplificare il sistema fiscale. Allora perché mai le due forze politiche che ancora dominano il centrodestra italiano hanno deciso di “sputtanare” una volta ancora il tema della riforma fiscale, come hanno già fatto con il federalismo, le liberalizzazioni e così via?

A nostro avviso la risposta è semplice: perché non vogliono governare il paese né tantomeno riformarlo. Vogliono semplicemente raccogliere voti “incazzatI” per poter “stare nel gioco”, governare a livello locale (dove possono spendere e spandere senza dover mai render conto, alimentando clientelismo), accumulare potere di ricatto in base al quale ottenere status, prebende, favori molto concreti per il proprio personale politico. Questo è stato, per vent’anni, il ruolo della LN nella politica italiana e, in un certo senso, anche quello di Berlusconi il quale ha governato solo pro-domo propria e non per riformare il paese. Tanto era preoccupato dai propri affari privati tra il 2008 ed il 2011 che stava per condurre il paese al tracollo finanziario. Populismo elettorale veramente fine a se stesso perché nemmeno teso alla conquista vera del potere ma solo al monopolio dell’opposizione al fine di ricavarne rendite personali.

Questa è oggi la vera dannazione italiana, contro la quale sembriamo essere tutti impotenti. Da un lato un governo d’incapaci, privo di ogni seria strategia riformatrice, guidato da un equilibrista della politica con un’enorme capacità d’imbonire l’opinione pubblica a botte di promesse vuote, arguzie, battute, paraculismi assortiti e nessuna sostanza. Dall’altro un’opposizione che non vuole governare ma solo raccogliere la rabbia sociale con proposte populiste e intenzionalmente irrealizzabili, al solo scopo di mantenere il proprio status e le prebende personali che esso garantisce. Che questo fosse il caso del M5S era chiaro da tempo, ora è palese che tale strategia è stata adottata anche da ciò che rimane del centrodestra italiano. A questo dramma porzioni sempre più ampie, e oramai maggioritarie, dell’elettorato rispondono con l’astensione la quale, purtroppo, altro non sortisce che maggior malgoverno, maggior populismo e ulteriore declino.