Assange, la Svezia riapre l’inchiesta per stupro e molestie

di | 13 Maggio 2019


Assange, la Svezia riapre l'inchiesta per stupro e molestie

La Procura svedese ha riaperto oggi il caso relativo alle accuse di stupro contro il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. Secondo Eva-Marie Persson, vice procuratore svedese, “c’è ancora il sospetto che Assange possa aver commesso la violenza”. Il fondatore di WikiLeaks è agli arresti in Gran Bretagna dall’11 aprile dopo l’espulsione dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra che gli aveva dato asilo.

Secondo l’accusa, Assange avrebbe stuprato due donne nel 2010 dopo una conferenza a Stoccolma. Il patron di Wikileaks ha però sempre sostenuto che il rapporto sessuale era consensuale e, per 7 anni, ha evitato l’estradizione in Svezia rifugiandosi nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. 

Subito dopo la denuncia, Assange si trovava a Londra e pagò una cauzione di 240mila sterline alle autorità inglesi, ma gli fu concessa la libertà vigilata. Dopo una serie di ricorsi, la corte suprema inglese decise però di confermare la richiesta di estradizione in Svezia ma, anziché consegnarsi, nel 2012 si rifugiò nell’ambasciata ecuadoregna per sfuggire al processo. 

I giudici svedesi decisero quindi di archiviare il caso a causa dell’impossibilità di sentire l’imputato. Una situazione rimasta in stallo fino a quando l’Ecuador non ha disposto la revoca dell’asilo ad aprile di quest’anno: il patron del sito web è stato quindi prelevato dall’ambasciata, arrestato e poi condannato a 50 settimane di carcere per aver violato la libertà vigilata.
Nel frattempo, in Svezia è arrivata la richiesta di riapertura del processo da parte di una sola delle due accusatrici: durante il periodo in cui Assange era rifugiato, infatti, l’altra donna ha ritirato la denuncia.

Adesso Assange è conteso da Svezia e Stati Uniti: oltre alla richiesta di estradizione proveniente da Stoccolma, sulla testa del fondatore di Wikileaks pende anche il mandato di cattura rilasciato nel 2010 dalle autorità americane, quando il suo sito web rese pubblici numerosi fascicoli di natura militare e diplomatica, fra cui alcuni report che documentavano sospetti crimini di guerra in Iraq. 
 




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